“(DIS)FARE GLI ITALIANI”, DI GREGORIO: LA POLITICA IMPARI A PARLARE AI GIOVANI

Di Giuseppina Cavallo - Luigi Di Gregorio, capo della comunicazione di Roma Capitale e professore di analisi delle politiche pubbliche all’Università della Tuscia, è autore del libro “(Dis)fare gli italiani? – Dal familismo all’antipolitica. La fotografia di una democrazia dissociativa”. Un’analisi dell’Italia e degli italiani a partire dagli stereotipi e una riflessione sul futuro alla luce della nuova tendenza giovanile alle proteste sulle ali dell’antipolitica, come quelle che abbiamo visto esplodere nella nostra città durante le manifestazioni di sabato 15 ottobre. A RomaCapitaleNews, Di Gregorio anticipa le conclusioni cui arriva l’indagine di ”(Dis)fare gli italiani?”

Professor Di Gregorio, ci può introdurre l’argomento del suo nuovo libro?
Il libro nasce come un’indagine sul senso civico e sul capitale sociale degli italiani, partendo dal presupposto di testare se e quanto l’immagine stereotipata, anche nella letteratura, degli italiani sia ancora valida. Da questa indagine emerge che l’etichetta familistica e individualistica, la logica del “particulare”, per certi versi ha un fondamento. Intendiamoci, è normale – ed è così in tutto il mondo – fidarsi maggiormente della propria cerchia familiare. L’anomalia italiana consiste nel grado di fiducia che si ripone al di fuori della famiglia. Infatti se la percentuale di fiducia in un componente familiare è pari al 97%, nei confronti del prossimo non appartenente alla propria cerchia ristretta questa fiducia scende di 50 punti percentuali. La fiducia nel prossimo è un indicatore importante del capitale sociale e da questa indagine viene fuori l’immagine di un’Italia ancora molto legata a una logica in qualche modo familistico-clanistica.

E per quel che riguarda l’antipolitica?
Anche il dato che emerge per quel che riguarda l’antipolitica è molto interessante e molto attuale. Abbiamo voluto indagare quanto le nuove generazioni si sentissero orgogliose del loro Paese, se avvertissero un forte senso di appartenenza alla comunità nazionale e finanche capire se fossero pronte a combattere per la propria Patria. Queste sono tutte domande volte a misurare il livello di identificazione del cittadino nella comunità nazionale. Quello che ne è risultato è che c’è un gap molto ampio tra anziani e nuove generazioni. Queste ultime emergono disinteressate ai temi come la patria e poco orgogliose del proprio Paese verso il quale non provano un forte senso di appartenenza. Viceversa i giovani risultano i più attivi nell’ambito della partecipazione politica in senso lato. Questo è spiegabile in termine di antipolitica: questa generazione disillusa e disincantata nei confronti dello Stato, della politica e delle istituzioni si mobilita in chiave contraria, di protesta.

Cosa pensa, quindi, che la politica possa fare per far confluire questa partecipazione giovanile nelle istituzioni e non nelle proteste?
La politica deve evitare che questo atteggiamento di protesta diventi uno scontro radicale che metta in crisi l’intero sistema altrimenti l’alternativa è drammatica. Credo che sia interessante sottolineare che una delle patologie della società sia legata al “presentismo”. Oggi, nella “società della comunicazione”, tutto viene vissuto in una logica del tempo reale; si è persa la capacità di ragionare in chiave strategica. Si fa una gran produzione di dichiarazioni, “effetti annuncio”, “norme manifesto”, slogan che non hanno una ricaduta reale sulla vita dei cittadini e sul rendimento sistemico del paese. Il “bombardamento” mediatico dà l’impressione che succedano ogni giorno moltissime cose e tutte importantissime, ma in realtà la politica e la società rimangono ferme, in una situazione di stallo assoluto. Nello stesso tempo, la comunicazione mediante i nuovi media è alla base delle organizzazioni della protesta antipolitica e si sta rivelando uno strumento importante per riportare i giovani alla partecipazione alla politica. Quindi c’è una duplice chiave di lettura nel fenomeno dei nuovi media, una positiva e una negativa, da una parte la degenerazione della politica che produce prevalentemente caos mediatico, ma dall’altro sono i mezzi catalizzatori per riportare i giovani alla partecipazione.

Di conseguenza, in che modo si deve porre la politica nei confronti di questi nuovi media?
La politica deve distaccarsi dalla logica dell’immediato per recuperare la pianificazione e la progettazione in un orizzonte strategico – con riforme strutturali e istituzionali – e nello stesso tempo, saper adeguare le sue forme di partecipazione a questi nuovi strumenti e logiche. Altrimenti non verrà mai colmato il gap tra i canali, quello dei giovani che hanno fatto propria questa forma di partecipazione non convenzionale e quello della politica ancora legato ai comitati di partito e alle convention che sono un po’ anacronistici. Questo lo vediamo dall’esperienza di quegli esponenti politici, come Obama, ma anche De Magistris e Renzi in Italia, che devono parte del loro consenso e popolarità all’aver saputo utilizzare questi strumenti per ridurre il gap comunicativo con le nuove generazioni prima degli altri.

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Categoria: Interviste

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